Anora (2024)

[Anora, Usa 2024, di Sean Baker, con Mikey Madison e Jurij Borisov]

Proprio lì, al confine tra pathos e divertimento, tra leggerezza e tragedia, sta Anora. E sta, in verità, tutto il cinema di Sean Baker, da Take Out (2004, storia di un immigrato cinese senza documenti che lotta per tirare avanti ai margini della New York post 11 settembre) a Red Rocket (2021, decostruzione definitiva del sogno americano e delle sue storture). Passando naturalmente per The Florida Project (2017), unico altro film di Baker ad essere stato distribuito nelle sale italiane, opera delicata sullo struggimento del quotidiano ai confini della scala sociale. È forse per questo che i suoi microcosmi narrativi risultano tanto empatici quanto respingenti: perché non smussano, non censurano, non distolgono mai lo sguardo e, anzi, indugiano quel tanto che basta per alimentare la sensazione di disagio e impaccio. Un disagio chiamato esistenza, che permette di indagare sul subbuglio emotivo dei caratteri in gioco. Come Anora detta Ani, ad esempio: di lei – giovane spogliarellista in un club di Midtown Manhattan, che accetta clienti anche come escort e non si lascia intimidire dal denaro e dal suo significato – comprendiamo fin da subito le fragilità e la vulnerabilità, qualcosa che riesce a nascondere alla maggior parte delle persone; basta uno sguardo in più, o un gesto trattenuto, dietro l’evidenza esibita da donna scafata con una sua etica professionale. È lecito pensare che Anora creda all’amore, anche se – o forse proprio perché – arriva nel modo più strampalato possibile: dall’incontro con un ricco cliente occasionale, il viziato e goffo rampollo di un oligarca russo, Vanja, che dice di avere 21 anni ma ne dimostra 15. C’è spazio per la favola, e Anora vuole crederci: se è successo in Pretty Woman, del resto, può accadere anche nella realtà. Lei può essere la fantasia americana di lui (“Che dio benedica gli Stati Uniti!”, urlato durante un amplesso), e lui può diventare l’azzardo e il porto sicuro di lei, con la sua gigantesca villa sul mare e la sua dolcezza adolescenziale.

Si può pensare persino al matrimonio, che se fossimo in una rom-com verrebbe poco prima dei titoli di coda (e vissero tutti felici e contenti). Ma questa non è una commedia, e non è neanche un dramma. Semmai è vita, ventaglio di possibilità, dimostrazione di come siamo tutti immersi in un universo di circostanze, quasi sempre grottesche. Una deriva che per Baker passa attraverso una suddivisione netta di Anora in tre atti, ognuno dei quali funziona all’interno del proprio genere di appartenenza. Se la prima parte ha i connotati della storia d’amore, della Cenerentola aggiornata agli stilemi della contemporaneità, la seconda è una farsa screwball frenetica e pop, una scorribanda notturna tra Fuori orario di Scorsese (film della vita di Sean Baker, anche se tende a cambiarlo spesso: Idioti di Lars Von Trier, Le notti di Cabiria di Fellini, Oasis di Lee Chang-dong…) e Diamanti grezzi dei fratelli Safdie. Il “terzo tempo”, poi, fa salire finalmente in superficie tutto il dolore fino a quel momento tenuto sottotraccia, ma di cui da spettatori siamo consapevoli. Anora, che da giocattolo usa e getta passa a palla da demolizione incontrollata, si tramuta qui in essere umano. Baker si affida a piccoli tocchi quasi impercettibili per dare una forma e una dimensione alla sua protagonista (ma anche ovviamente ai comprimari, basti pensare allo scagnozzo Igor e al suo sguardo mai giudicante). Ani, ad esempio, è via via più vestita, man mano che il suo personaggio fa emergere la propria vulnerabilità. E il film, fiaba moderna oscena, come la maggior parte dei film di Baker ci parla in sostanza dei limiti dell’american dream e dei molti muri invisibili che ostacolano le fantasie su uguaglianza e opportunità. Questa è una storia di ricchezza e potere, e si interroga sulla natura dell’amore. Ma Anora parla anche di qualcosa di molto più straziante: di cosa significhi essere abituati a essere “guardati” in un modo, e poi sperimentare, all’improvviso, cosa si provi a essere effettivamente “visti”. Al punto da non riuscire più a distinguere la realtà dalla finzione.

Pubblicato su www.spietati.it